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lunedì 21 settembre 2009

LUANDA, FU MASSANGANO

Non esistono guide turistiche dell’Angola, e su Internet le informazioni sono scarse.
Ci si sposta così, per sentito dire, o perché un amico è stato lì e ha scattato delle foto che incuriosiscono. Ognuno ha i suoi itinerari, le sue scoperte.
Domenica 13 ho scelto di andare a Dondo perché è a sud-est, 200 chilometri da Luanda, e i paesaggi dell’interno non li avevo mai visti. So che è un vecchio insediamento coloniale sulle rive del Kwanza, con le strade larghe e le case basse, bianche e dipinte sui bordi, come quelle alentejane. Ho il serbatoio pieno di gasolio, posso partire senza la paura di non trovare un distributore.

Passo Viana, Catete, e la strada entra nel mato árido, una foresta secca di arbusti e baobab. Cerco di ricordare se ho mai sofferto un caldo simile. Sì forse, a Siracusa molto tempo fa, era luglio e stavo in vacanza da una zia. Però mi guardo intorno, tra i finestrini e il parabrezza opaco, sporco di polvere di argilla. C’è un fenomeno nuovo, che non rintraccio in nessun ricordo: la luce, è di più. Come se di fronte a un Sole ce ne fosse un altro.
E mentre penso a queste cose vedo un poliziotto con la camicia sbottonata, che fa segno di fermarmi.

Quando abbasso il vetro l’afa mi travolge. L’agente mi chiede di dare un passaggio fino a Dondo al suo comandante, poiché loro non hanno mezzi. Sale a bordo un anziano signore in divisa, all’apparenza cordiale e taciturno.
Non conversa infatti, scambiamo poche formalità, mentre fissa il paesaggio con un mezzo sorriso stampato sulle labbra. Poi, a 10 chilometri dall’arrivo, solleva una mano con l’indice puntato a sinistra: “Questo sentiero porta a Massangano, l’antica capitale dell’Angola”.

Il comandante si toglie il cappello, sembra felice di avermi incuriosito, e mi racconta che nel quindicesimo secolo i primi europei ad arrivare in Angola furono gli olandesi, che sbarcarono a Massangano dopo aver risalito il Kwanza. Poi vennero cacciati dai portoghesi, che proprio lì stabilirono la capitale dei nuovi territori occupati, prima di spostarla a Luanda (1575) per motivi strategici. “È rimasto tutto in piedi: chiesa, fortezze, tribunali. Ci vada, vale a pena”.

Durante la settimana cerco di verificare questa storia in rete, ma non trovo nessuna notizia di Massangano. Poi convinco il mio collega Dawen Rocha ad accompagarmi per domenica 20, e ci metto poco con un segreto così.

Il bivio per Massangano sulla strada di Dondo. Ci sono 20 chilometri da fare tutti in seconda, tra buche profonde e attraversamenti continui di macachi.

Il primo Municipio, costruito nel sedicesimo secolo. Lo troviamo all’ingresso del paese, dove appena usciamo dalla macchina ci circondano dei bambini, non abituati alla vista dei forestieri e in particolare dei bianchi. Mi inseguono un centinaio di metri e gridano: “Girati branco, girati branco!”.

La fortezza. Dawen mi dice che gli abitanti bruciano le piante secche intorno alle capanne e agli edifici per allontanare i serpenti. Il villaggio è quasi disabitato, ci sono soltanto delle baracche di terra cotta costruite giù in una valle.

L’interno della fortezza.

La chiesa di Nossa Senhora da Victoria. Con un lungo bastone apro un portone laterale socchiuso.

L’interno diroccato della chiesa.

Vista frontale.

La tomba di Paulo Dias de Novais. Fu il rappresentante del re portoghese in Angola, e fondò Luanda, che infatti si chiamava inizialmente São Paulo de Loanda, con la “o”.

L’antica prigione. Funzionava come centro di raccolta schiavi.

giovedì 3 settembre 2009

IL MUSEO DELLA SCHIAVITÙ

Tra il 1482 e il 1858 i portoghesi deportarono 4 milioni e 500 mila schiavi dall’Angola, in maggioranza verso il Brasile.
Un museo della schiavitù a Luanda non è proprio “fuori luogo”.
L’ho visitato sabato scorso, è situato in un promontorio all’estremità di una piccola penisola, nell’ex residenza di un commerciante di schiavi lusitano, un certo Álvaro de Andrade.


Appena entro rimango deluso, sembra una galleria di quadri e stampe dell’epoca, con immagini di navi in partenza e folle di gente ai lavori forzati. C’è una palla di ferro da 15 chili, una frusta e un grafico che quantifica l’andamento della tratta durante i secoli. Insomma, niente che non potessi aspettarmi.
Poi però arriva una bella signora, con la figlia, e per ogni reperto, per ogni angolo di questa villa, ha una storia da raccontare. “Me lo diceva mio nonno”, sottolinea a voce alta durante le sue spiegazioni. “Ecco, guardate quel dipinto appoggiato alla parete”.


“Bloccavano le gambe ai neri e pavimentavano le superfici. Sapete perché? Se gli schiavi avessero trovato della terra si sarebbero suicidati mangiandola”.
Indica una porta verde alle mie spalle. Da lì, dice, parte un passaggio scavato nella roccia che scende fino al mare. Álvaro de Andrade ci rinchiudeva gli schiavi in esubero, o quelli troppo deboli, ed aspettava che l’alta marea li annegasse. “Poi parlano di Hitler”, insiste la signora, “ma tutto questo male non glielo ricorda mai nessuno agli europei?”
È doloroso avvertire una colpa “storica”, nel museo ero l’unico bianco insieme a qualche cinese, per un attimo ho pensato pure di dover chiedere scusa.
La signora mi guarda, forse immagina di essere stata troppo dura, non so, e mi prende sotto braccio: “Vieni fuori che ti faccio una foto scema!”


Sì, è un pentolone dove bollivano gli schiavi.

lunedì 31 agosto 2009

LA DOMENICA DELLE SALME

Ieri sono andato al cimitero monumentale di Luanda.
Ho visto le tombe dei soldati portoghesi uccisi durante la guerra di decolonizzazione.
Chissà se nei quarant’anni trascorsi un loro familiare, o un lontano parente emigrato in Angola, è mai passato di qua a lasciare un fiore a questi ragazzi morti dalla parte sbagliata.




È mezzogiorno, il quartiere è senz’acqua, oggi di fiori non ce ne è per nessuno.
Fuori dal cancello due ragazzi vendono dei secchi riempiti giù in spiaggia e gridano: “Pulite i vostri loculi, pulite i vostri loculi!”