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venerdì 25 settembre 2009

LA MIA FINESTRA

Al termine di un lungo viaggio tutti abbiamo una finestra da ricordare.
Quella della stanza presa in affitto, dell’albergo, o della camera in cui ci hanno ospitati.
La sua vista è stato lo sfondo di mille riflessioni, ansie, entusiasmi, o semplici distensioni in attesa della cena.
La finestra è una linea di confine tra il nostro mondo e la nuova realtà in cui ci troviamo, un punto di osservazione protetto, perché basta un passo indietro per potersi isolare.
E poi, secondo me, da una finestra si capiscono tante cose, anche sull’Angola…


La “mia finestra” è in cucina e affaccia su un bruttissimo parcheggio condominiale, sullo smog e i rumori di Avenida Brasil, ma quest’immagine parla e la porterò negli occhi. Le scorte d’acqua, ad esempio, dicono che a Luanda spesso si rimane all’asciutto, e sotto la doccia è necessario andare con accapatoio e bottiglie.
La grata poi è di serie negli appartamenti al piano terra. La microcriminalità, o al contrario il livello di paranoia dei lavoratori occidentali, raggiungono qui vette elevate.
Ah, e la zanzariera: può evitarci una malaria.
Spostandoci dalla cucina al computer, banalmente si incontra la finestra del mio Diario Angolano, ormai socchiusa…

mercoledì 23 settembre 2009

AL MEZZA LUNA PARK

L’abbandono, ecco il tema del mio blog!
I relitti di Panguila, le tombe dei soldati, le sedie dei vigilanti e persino un’antica capitale: tutto in un modo o nell’altro è stato abbandonato.
Nella Luanda che ho visto, nell’Angola che ho visto, risalta un’atmosfera di abbandono, torno a dire.
Che poi non è strano, perché nel 1975, ottenuta l’indipendenza dal Portogallo, l’MPLA minaccia vendetta, e i coloni fuggono abbandonando case, mezzi, attività. Migliaia e migliaia di cose. Insomma, questa sindrome qui è nella storia, ad ogni angolo di strada, e si è infiltrata pure tra i miei post. Io vi giuro che ne ero inconsapevole, me ne sono accorto solo al Luna Park.

Pago 50 Kwanzas per entrare, mezzo euro, e mi sembran troppo pochi.
Allora lo richiedo: tutto incluso? Pure l’autoscontro?
La cassiera dice sì, ma guarda strano.
Poi faccio un giro del piazzale e mi rendo conto: le giostre sono abbandonate, solo i bar all’aperto funzionano. È un "mezza Luna Park", si può bere una birra contemplando il barcone dei pirati all’imbrunire...

O i colori della giostra coi seggiolini che ruotano…

lunedì 21 settembre 2009

LUANDA, FU MASSANGANO

Non esistono guide turistiche dell’Angola, e su Internet le informazioni sono scarse.
Ci si sposta così, per sentito dire, o perché un amico è stato lì e ha scattato delle foto che incuriosiscono. Ognuno ha i suoi itinerari, le sue scoperte.
Domenica 13 ho scelto di andare a Dondo perché è a sud-est, 200 chilometri da Luanda, e i paesaggi dell’interno non li avevo mai visti. So che è un vecchio insediamento coloniale sulle rive del Kwanza, con le strade larghe e le case basse, bianche e dipinte sui bordi, come quelle alentejane. Ho il serbatoio pieno di gasolio, posso partire senza la paura di non trovare un distributore.

Passo Viana, Catete, e la strada entra nel mato árido, una foresta secca di arbusti e baobab. Cerco di ricordare se ho mai sofferto un caldo simile. Sì forse, a Siracusa molto tempo fa, era luglio e stavo in vacanza da una zia. Però mi guardo intorno, tra i finestrini e il parabrezza opaco, sporco di polvere di argilla. C’è un fenomeno nuovo, che non rintraccio in nessun ricordo: la luce, è di più. Come se di fronte a un Sole ce ne fosse un altro.
E mentre penso a queste cose vedo un poliziotto con la camicia sbottonata, che fa segno di fermarmi.

Quando abbasso il vetro l’afa mi travolge. L’agente mi chiede di dare un passaggio fino a Dondo al suo comandante, poiché loro non hanno mezzi. Sale a bordo un anziano signore in divisa, all’apparenza cordiale e taciturno.
Non conversa infatti, scambiamo poche formalità, mentre fissa il paesaggio con un mezzo sorriso stampato sulle labbra. Poi, a 10 chilometri dall’arrivo, solleva una mano con l’indice puntato a sinistra: “Questo sentiero porta a Massangano, l’antica capitale dell’Angola”.

Il comandante si toglie il cappello, sembra felice di avermi incuriosito, e mi racconta che nel quindicesimo secolo i primi europei ad arrivare in Angola furono gli olandesi, che sbarcarono a Massangano dopo aver risalito il Kwanza. Poi vennero cacciati dai portoghesi, che proprio lì stabilirono la capitale dei nuovi territori occupati, prima di spostarla a Luanda (1575) per motivi strategici. “È rimasto tutto in piedi: chiesa, fortezze, tribunali. Ci vada, vale a pena”.

Durante la settimana cerco di verificare questa storia in rete, ma non trovo nessuna notizia di Massangano. Poi convinco il mio collega Dawen Rocha ad accompagarmi per domenica 20, e ci metto poco con un segreto così.

Il bivio per Massangano sulla strada di Dondo. Ci sono 20 chilometri da fare tutti in seconda, tra buche profonde e attraversamenti continui di macachi.

Il primo Municipio, costruito nel sedicesimo secolo. Lo troviamo all’ingresso del paese, dove appena usciamo dalla macchina ci circondano dei bambini, non abituati alla vista dei forestieri e in particolare dei bianchi. Mi inseguono un centinaio di metri e gridano: “Girati branco, girati branco!”.

La fortezza. Dawen mi dice che gli abitanti bruciano le piante secche intorno alle capanne e agli edifici per allontanare i serpenti. Il villaggio è quasi disabitato, ci sono soltanto delle baracche di terra cotta costruite giù in una valle.

L’interno della fortezza.

La chiesa di Nossa Senhora da Victoria. Con un lungo bastone apro un portone laterale socchiuso.

L’interno diroccato della chiesa.

Vista frontale.

La tomba di Paulo Dias de Novais. Fu il rappresentante del re portoghese in Angola, e fondò Luanda, che infatti si chiamava inizialmente São Paulo de Loanda, con la “o”.

L’antica prigione. Funzionava come centro di raccolta schiavi.

giovedì 17 settembre 2009

CHI L’HA VISTO?

Questo titolo non è dovuto alla mia improvvisa latitanza dalla blogosfera, ma all’insormontabile problema di ottenere un visto di lavoro, che mi costringerà a interrompere l’esperienza angolana a fine mese. Il 28 settembre infatti tornerò in Italia.
Confesso che a Natale avrei comunque lasciato Luanda, data la quantità di rinunce e sacrifici che comporta questa vita, perciò non leggete il post come uno sfogo. Spero invece che possa aiutare chi un domani vorrà avventurarsi in Africa.

Sono partito dall’Italia con un visto turistico valido 30 giorni e prorogabile per altri 60. L’azienda, in buona fede, mi aveva assicurato di poterlo convertire in visto di lavoro prima dei tre mesi. Che cos’è successo allora?

Qui devo fare una premessa. Le aziende straniere intenzionate ad operare in Angola devono procurarsi una licenza, il famigerato Alvará. Chi ha un Alvará per attività petrolifere (come ad esempio l’ENI) può richiedere i visti di lavoro senza limiti di numero e complicazioni burocratiche, mentre chi è in possesso di un semplice Alvará commerciale è obbligato a inviare le pratiche a un dipartimento del Ministero del Lavoro, il DEFA.

Che cosa succede al DEFA? I funzionari, con la complicità di una sofisticata rete di intermediari e faccendieri, bloccano le domande in attesa che il personale delle imprese straniere entri in clandestinità, in modo da poter esigere tangenti sempre più alte per il rilascio dei visti di lavoro. E a chi si lamenta o non paga la cifra imposta (si va dai 5.000 ai 10.000 dollari a passaporto) inviano un’ispezione fiscale. Ed è un ricatto al quale bisogna cedere, se si vuol tener lontana la polizia dai propri uffici, pieni di “innocenti” clandestini.

Detto ciò a dieci giorni dalla mia partenza non ho ancora ricevuto gli stipendi. In tutta l’Angola infatti non è possibile trovare dollari o euro da accreditare alle banche straniere. Perché?
Ministri e ufficiali dell’esercito hanno azzerato le riserve auree della Banca Centrale (5 miliardi di dollari) esportando i soldi per interesse personale.
Il Governatore, per ricostituire le riserve, sta vietando quindi agli istituti di credito di emettere la valuta pregiata che arriva con gli introiti del petrolio.

Il risultato è una svalutazione pericolosa del Kwanza, che in 20 giorni dal cambio 1$/80 Kwanzas è passato a 1$/100 Kwanzas, incentivando il mercato nero.

Pochi giorni fa leggevo che Benedetto XVI, nella sua recente visita a Luanda, ha celebrato una messa all’Estádio dos Coqueiros, proprio dove ho pagato la mia prima gasosa. Durante l’omelia affermò che le peggiori piaghe angolane sono la disonestà e la corruzione dei suoi governanti, che a valanga si ripercuotono su ogni funzionario pubblico.
Proprio nei lavori di ristrutturazione di quell’impianto, consacrato per l’occasione, sono spariti 14 milioni di dollari. I responsabili del furto dovevano esser lì nella tribuna delle autorità, a prendersi la benedizione del Papa.

martedì 8 settembre 2009

LE INSEGNE DI LUANDA

Nella maggioranza dei quartieri di Luanda non arriva l’elettricità.
Così, anche per risparmiare, le insegne dei negozi vengono “dipinte” e non installate.
Come si dice in questi casi: di necessità virtù. Ne viene fuori una strana forma d’arte che non avevo mai visto prima.

Estetista

Officina ricambi auto

Lavanderia

Agenzia funebre

Tabaccheria

venerdì 4 settembre 2009

AL MERCATO NERO

“VENDESI RENI”

In Rua Kwamme Nkrumah, di fronte al Ministero della Salute.

giovedì 3 settembre 2009

IL MUSEO DELLA SCHIAVITÙ

Tra il 1482 e il 1858 i portoghesi deportarono 4 milioni e 500 mila schiavi dall’Angola, in maggioranza verso il Brasile.
Un museo della schiavitù a Luanda non è proprio “fuori luogo”.
L’ho visitato sabato scorso, è situato in un promontorio all’estremità di una piccola penisola, nell’ex residenza di un commerciante di schiavi lusitano, un certo Álvaro de Andrade.


Appena entro rimango deluso, sembra una galleria di quadri e stampe dell’epoca, con immagini di navi in partenza e folle di gente ai lavori forzati. C’è una palla di ferro da 15 chili, una frusta e un grafico che quantifica l’andamento della tratta durante i secoli. Insomma, niente che non potessi aspettarmi.
Poi però arriva una bella signora, con la figlia, e per ogni reperto, per ogni angolo di questa villa, ha una storia da raccontare. “Me lo diceva mio nonno”, sottolinea a voce alta durante le sue spiegazioni. “Ecco, guardate quel dipinto appoggiato alla parete”.


“Bloccavano le gambe ai neri e pavimentavano le superfici. Sapete perché? Se gli schiavi avessero trovato della terra si sarebbero suicidati mangiandola”.
Indica una porta verde alle mie spalle. Da lì, dice, parte un passaggio scavato nella roccia che scende fino al mare. Álvaro de Andrade ci rinchiudeva gli schiavi in esubero, o quelli troppo deboli, ed aspettava che l’alta marea li annegasse. “Poi parlano di Hitler”, insiste la signora, “ma tutto questo male non glielo ricorda mai nessuno agli europei?”
È doloroso avvertire una colpa “storica”, nel museo ero l’unico bianco insieme a qualche cinese, per un attimo ho pensato pure di dover chiedere scusa.
La signora mi guarda, forse immagina di essere stata troppo dura, non so, e mi prende sotto braccio: “Vieni fuori che ti faccio una foto scema!”


Sì, è un pentolone dove bollivano gli schiavi.

lunedì 31 agosto 2009

LA DOMENICA DELLE SALME

Ieri sono andato al cimitero monumentale di Luanda.
Ho visto le tombe dei soldati portoghesi uccisi durante la guerra di decolonizzazione.
Chissà se nei quarant’anni trascorsi un loro familiare, o un lontano parente emigrato in Angola, è mai passato di qua a lasciare un fiore a questi ragazzi morti dalla parte sbagliata.




È mezzogiorno, il quartiere è senz’acqua, oggi di fiori non ce ne è per nessuno.
Fuori dal cancello due ragazzi vendono dei secchi riempiti giù in spiaggia e gridano: “Pulite i vostri loculi, pulite i vostri loculi!”

giovedì 20 agosto 2009

MISERIA E NOBILTÀ

La dama coi tappi delle birre, Cuca contro Nocal.
E chi perde offre da bere.

martedì 18 agosto 2009

LA CINA CI AVVICINA

Nel tipico cantiere cinese, c’è il burrone da una parte e il filo spinato dall’altra. Provate voi a non strusciarvi. A Luanda “città di ringhiera”, coi camminatoi al posto dei marciapiedi, la vicinanza tra i popoli è un obiettivo raggiunto.

lunedì 17 agosto 2009

L'ISOLA DI MUSSULO

Dopo quaranta giorni d’Africa finalmente ho visto il mare. Il mare, appunto, non la baia zozza di Luanda, con le navi mercantili che stazionano a largo del porto fino a tre mesi in attesa di poter scaricare.
Per qualunque spostamento qui serve la macchina (non esistono trasporti pubblici, escluse alcune linee d’autobus urbane) e ieri ne ho avuta una a disposizione perché il contabile della nostra impresa è tornato in Italia per le ferie. Così ho pennellato dieci chilometri sulla costa sud, fino a un piccolo scalo dove partono le barche per l’isola di Mussulo. Non vi aspettate vaporetti, Mississipi, o roba simile: sono bagnarole spaventose spinte a motore (la mia si chiamava Sacrificio), e la ciurma è costituita da due persone, un timoniere e un addetto alla recluta dei passeggeri, in genere un vispo ragazzotto che ti abborda appena arrivi in spiaggia. Purtroppo mi è stato proibito di scattare fotografie durante la traversata, ma dentro lo zatterone ero stipato con una dozzina di venditori ambulanti, e il paesaggio intorno ricordava le ultime scene di Apocalypse Now.
Con pregevole scatto di reni però ho immortalato il nostro Paul Cayard.

Per evitare polemiche coi gestori dei villaggi turistici questi giovani “imprenditori dell’acqua”, economici, ma abusivi, ti scaricano a qualche metro dalla riva, non appena ritengono che il più basso tra i passeggeri possa toccare. Che scena: con l’acqua freddissima fino all’ultimo bottone della camicia, la borsa sollevata e i venditori intorno che imprecavano in dialetti incomprensibili. Si percepiva però che non erano pienamente soddisfatti del servizio.
La costa di Mussulo che rimane di fronte a Luanda è preda di residence e ville kitch, con varie comunità di bianchi che se la spassano. Ma già dopo duecento metri verso l’interno lo scenario si ribalta, e inizia un villaggio di casette grigie sparse sulla sabbia.

Temo il miraggio, perché dopo mezz’ora di cammino ho una sete insostenibile e non so dove comprare l’acqua. Fermo due ragazze, e mi spiegano che qui a Mussulo ogni casa colorata vende cibo e bibite, secondo una specie di codice cromatico. Ne raggiungo una, acquisto una bottiglia e mi siedo su un muretto, a riposare. Un bimbo mi vede, si avvicina, e con una canna traccia una mezza luna intorno alle mie gambe.

Continuo ad avanzare, disorientato, e a un certo punto ricomincio a sentire il rumore delle onde. Passo una duna e si aprono delle spiagge meravigliose.

Le foto con le barche vengono sempre bene, vero?
Il resto del tempo l’ho passato qui, arenato come un capodoglio.
Solo qualche imprevisto nella traversata di ritorno, dove gli sbronzi “compagni di viaggio” giocavano a toccarmi i capelli, dato che in Angola non essere rasati è piuttosto insolito.

venerdì 14 agosto 2009

L’ALBUM DEI RICORDI

Tutti gli sposi si fanno fotografare nei luoghi più suggestivi dei paraggi. Poi sviluppano, incorniciano la migliore e l’appendono in salotto. I miei genitori appaiono abbracciati in una ventosissima spiaggia del litorale ragusano, e che ciuffo aveva papà! E i vostri?
Qui a Luanda, città semi-distrutta dalle guerre e in piena ricostruzione, gli sfondi più ambiti sono quelli dei centri commerciali o delle iper-trafficate rotonde urbane, che nel loro squallore simboleggiano comunque il “new deal” angolano.
In Largo Primeiro de Maio poi, lo scatto assume un doppio significato.

C’è il classico amarcord, sì, ma anche una sorta di “seconda benedizione”, conferita dal compagno Agostinho Neto, leader storico dell’MPLA e primo presidente dell’Angola, che col suo bel pugno chiuso sigilla il matrimonio. Niente male, vero?
Ah, mi scuso per la cupa immagine, non so fare i controluce, specie se infrattato dietro una palma. Sai mai come la prendono…

mercoledì 12 agosto 2009

MOBY DICK ALL’ANGOLANA

Voi lo sapevate che in Cina si mangiano le balene?
A me l’ha detto Bruno Jorge, un collega portoghese, e poi mi ha raccontato un fatto.
No, perché a Luanda vivono un sacco di cinesi, decine di migliaia, tutti deportati qui ai lavori forzati. Sono ex carcerati o ribelli politici che il governo di Pechino spedisce in Angola a sgobbare per i propri interessi, già che nel 2002 ha firmato un accordo da 9 miliardi di dollari col presidente Dos Santos per la ricostruzione del paese. Per 16 ore al giorno faticano senza sosta, e le restanti 8 le passano nei cantieri perché non hanno alloggi. Dormono in 20 in un container e mangiano delle sbobbe brodose.
Allora qualche mese fa sulle rive della Ilha do Cabo, una penisola di 5 Km che contorna la baia di Luanda, si è arenata una balena moribonda. La voce si è sparsa nei cantieri, e nel giro di poche ore centinaia di cinesi hanno assaltato le spiagge della Ilha per squartare grossi tranci del mammifero, desiderosi di un fuori programma dalla solita zuppa scotta.
Si dà il caso però che la voce si era sparsa pure tra i reparti d’attacco della tremenda polizia locale, che è arrivata sulla battigia e ha bastonato tutti. Così, accanto alla balena, son rimasti tanti altri moribondi.
Per i cinesi una giornata diversa, lontani dalla solita routine.

Sullo sfondo la Ilha vista dalla Fortaleza de São Miguel

lunedì 10 agosto 2009

PLAYBLOG

Dato lo scoraggiante calo di visite (complice l’esodo estivo?) sono costretto alla virata erotica del blog, una mossa disperata nel tentativo di recuperare qualche lettore.
Sì, perché ieri, in Largo Primeiro de Maio, mi hanno abbordato due tizie, Mariza e Vitória, non proprio interessate a me, ma alla macchina fotografica. Si avvicinano a braccetto, come il Gatto e la Volpe, e mi chiedono degli scatti per un book da consegnare a un’agenzia, una vera consuetudine del giovane angolano. Poi si aggiunge l’amica Samantha, uno schianto ragazzi!
Eccole, ve le presento…

Lei è Mariza…(Umh, accattivante!)

E guardate Vitória…(Sì, viso angelico però…)

Infine Samantha…(Wow! – Wow! – Wow!)

Eccole insieme...(Panterone!)

L’Africa, le belle donne e le pose da catalogo, per un quarto d’ora mi sento Fabrizio Corona.
Ah, poi c’è Mario, che non c’entra niente e mi sciupa il taglio del post, però è simpatico.

sabato 8 agosto 2009

CARO DIARIO ANGOLANO...

…qualche giorno fa ho pagato la mia prima gasosa, e te lo voglio raccontare.
O meglio, non la prima, ma la prima VERA gasosa.
Tutti qui la chiedono: gli autisti, i vigilanti, i bambini. Sono 200 o 300 Kwanzas, un contributo per mangiare o prendere l’autobus.
Ok, di queste mini-gasosas ne ho già date un sacco, anzi, quando esco metto i tagli piccoli in una tasca e quelli grandi (1000, 2000 Kw) nell’altra, così se mi fermano so dove pescare. La domenica poi, che sto tutto il giorno in giro, indosso i pantaloni multi-tasca e in ciascuna sacca infilo una gasosa, e via.
Ce ne è per almeno 4 o 5 questuanti, e se le finisco faccio la ricarica.
Però ti dicevo, caro Diario Angolano, che qualche giorno fa ho pagato la prima VERA gasosa, giusto?

Sì, stavo salendo alla Fortaleza de São Miguel, una rocca costruita dai portoghesi cinque o seicento anni fa, boh, non bella, però da lassù c’è una vista che incanta.
Ai piedi della salita mi viene incontro un ragazzo coi lineamenti da cinese. “Vai su? È pericoloso? Vengo con te!”
Andiamo. Comincia a parlarmi in portoghese, poi salta allo spagnolo perché dice che è messicano e infine collassa sull’inglese, il suo migliore del mio.
Si presenta: è Manuel, un ingegnere meccanico di una compagnia petrolifera francese. Slumberg, Stutter, una cosa così.
Anni fa stava con Patrizia, di Pescara, conosciuta a Barcellona mentre lui frequentava un corso professionale di fotografia. E infatti ha una macchina splendida, beato!
Poi la storia è finita, e Manuel ha iniziato a girare il mondo con questi francesi del petrolio.
Per dimenticarla, credo, caro Diario Angolano.

Camminiamo tanto, il messicano è in vena e racconta, e a un tratto ci ritroviamo davanti a uno stadio, sulla scia dei cori. Chiedo ai poliziotti se possiamo entrare, mi perquisiscono e acconsentono. Dentro mi divido da Manuel, io salgo in tribuna a seguire la partita e lui rimane a bordo campo a scattar foto, dopotutto è la sua passione, no?
Bene, però dopo qualche minuto sparisce, e quando rispunta è agitatissimo e mi fa segno di scendere. Ma che succede?
“They capt my camera, Sandro!”
Ma chi?
La polizia.
Insomma, un agente gli ha sequestrato la macchina perché negli stadi angolani non si possono far fotografie, e per la restituzione chiede 480.000 Kw (450 euro circa) da pagargli “personalmente”. Un’estorsione, un classico dei poliziotti locali, che per una patente sgualcita o una macchia sul parabrezza possono chiederti 5000 Kw di gasosa, se sei bianco.
Parlo col suo capitano per capire se quella cifra è trattabile, e alla fine ci accordiamo: Manuel pagherà 100 dollari e io 2000 Kw.
Ci fanno accostare al muro, aspettano che non li veda nessuno, e ci ordinano di passargli i soldi con le mani nascoste dietro la schiena.
Appena a Manuel ridanno la macchina ce ne andiamo nella sua residenza a bere una Cristal, per non pensarci più.

Oggi Manuel mi ha scritto, inviandomi due foto. La prima l’ha scattata allo stadio, nella seconda brindiamo con le birre alla nostra gasosa.


giovedì 6 agosto 2009

LUANDA, IL CIMITERO DELLE SEDIE

Tutti gli uffici, i condomini e i negozi della città sono custoditi da un vigilante.
Vestono improbabili camicie militari, si annoiano, e passano il tempo ascoltando la radiolina, seduti ai bordi dei marciapiedi con le gambe distese o appoggiate a uno sgabello.
Spesso lasciano la postazione per fare un giro di ronda, e riappaiono dopo ore.
Altre volte però non tornano più.



martedì 4 agosto 2009

SE STIAMO INSIEME CI SARÀ UN PERCHÉ

Minguito, Pedrito e Paulão.
Eka, Cuca e Nocal.
Siano birre, siano terne fotografiche, questi angolani giuntano tutto per assonanza...

lunedì 3 agosto 2009

LA MIA AGORÀ

Sarà per il nome, ma in questo Largo da amizade (amicizia) entre Cuba e Angola ogni domenica faccio nuovi incontri. Dopo Cezinho l’abusivo, Daniel e i camaradas ieri pomeriggio ho conosciuto una meravigliosa terna.
Ero tornato per fotografare alcuni dei massi di pedra rosa (laterite) che l’esercito di Fidel Castro portò a Luanda dalle regioni in cui, durante la guerra civile (1975-2002), l’MPLA e i cubani combatterono insieme l’FNLA (Frente Nacional de Libetação de Angola), la fazione indipendentista finanziata dagli Stati Uniti e dal Sudafrica.
Non appena estraggo la macchina digitale dalla borsa mi accerchiano Minguito (nelle foto in maglietta blu), Pedrito (in maglietta nera) e Paulão (in maglietta rossa): “Facci delle foto!”
Beh, ottimi soggetti per vivacizzare la pietra, no?
Punto l’obiettivo e i ragazzi si scatenano in eccentriche pose. L'Africa, i colori e le espresssioni da catalogo: per un quarto d’ora mi sento Oliviero Toscani.

Regione dello Zaire

Regione di Cabinda

Regione di Cuanza Sud

Regione di Luanda

Alla fine chiedo se hanno un indirizzo e-mail per ricevere le foto. Silenzio. Chiedo allora perché le hanno volute, se non potranno rivederle. Balbettano. Rimaniamo che gliele consegnerò stampate domenica prossima.